Triangolone della riproduzione

Ma lo state ascoltando Crack, nel Widget, sotto, basta schiacciare il triangolone della riproduzione.
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Se penso che le persone si leggono le sguanate che scrivo e non ascoltano l’incredibile musica dei mastodontici [dK] mi sale un odio e una frustrazione che comincio a congetturare a come procurarmi del fosforo bianco.
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Cazzo ma ascoltate Pain Provider, I’m a visionary, The quiet of the abyss, roba da matti.
Io non capisco, cosa c’avete dentro al cranio, cosa c’avete dentro all’orecchio, cosa c’avete nei tessuti nervosi che collegano l’orecchio al cervello e alla psiche.
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Andate tutti affanculo, andate tutti affare in culo – vi odio tutti.

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Crack, per ora.

  

Metto il Widget di Crack, il nostro disco più importante, per ora.
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dicono che serve.

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Jill Jones

E’ un peccato che certi “slang” scompaiano completamente, sebbene ai tempi furono dei tormentoni assurdi. Ed è un peccato che si usino sempre le stesse forme, o metafore o allusioni o volgarità per parlare di certe cose.
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Ricordo che quand’ero piccolo c’era una cantante pop americana, di quelle dall’approccio sensuale, lanciata da Prince, negli anni in cui Prince era considerato un fottuto genio musicale.
Questa cantante si chiamava Jill Jones e cantava un pezzo “porcone” intitolato “Mia Bocca”… cioè Mia Bocca in italiano proprio, una canzone dal testo inglese in cui il ritornello diceva ad un certo punto, in italiano goffo e porcone “tu vole mia boca”.
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Qualcuno dei ragazzini della mia compagnia o classe o scuola, qualcuno di quelli più svegli degli altri, più geniali degli altri, ispirato da quella canzone, a un certo punto prese a dire “fammi una bocca”.
Da lì in poi si aprì una voragine. Non solo la parola “pompino”, orrenda e volgarmente didascalica, scomparve per un po’, ma lo slang “fammi una bocca” divenne usatissimo in molti contesti del lessico adolescenziale, al di là del significato sessuale. Con “fammi uno bocca” esprimevi a uno di di stare zitto, di lasciar perdere, con “fammi una bocca” esprimevi a uno il tuo stato di superiorità e il suo stato di sudditanza; solo per citare alcune accezioni.
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Adesso non si usa più, è scomparso, e tutti continuano a usare pompino.

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More about Method and hate

Se questo disco viene come credo che viene (in culo al congiuntivo) dobbiamo essere pronti a compiere gesti estremi pur di rivelarlo al mondo, non esiste che il “mondo non sappia”.

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[dixan] accoltellato

Cantante di band di Black Metal che accoltella compagno musicista perché “suona da far cagare” – eccellente, da manuale. Questi diventeranno famosi, altro che X Factor.
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Perché non c’abbiamo pensato noi?
Perché non ho tipo accoltellato [dixan].
Stupidi, immobili, accidiosi idioti che non abbiamo mai un cazzo di idee originali per emergere.

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ma come cazzo è

Minchia ma non sapevo che ci fosse un video di “i’m afraid of americans” – ma come cazzo è che non l’ho mai visto – capolavoro assoluto, Trent Reznor che insegue, perseguita e terrorizza David Bowie per le strade di New York – cazzo che figata assurda… mai visto…

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I’m afraid of americans (I’m afraid of their world)

E’ incredibile come alcune canzoni, dal potenziale popolare enorme, passino quasi inosservate e rimangano esclusivamente nella memoria degli appassionati di quel cantante specifico.
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Una di queste è “I’m afraid of americans” di David Bowie, riarrangiata dai Nine Inch Nails, naturalmente.
Io mi chiedo perché in Italia tutti debbano conoscere “Non ti scordar di me” di Giusy Ferreri e solo 8 persone (un po’ di più ma è per dire) debbano conoscere “I’m afraid of americans” di David Bowie. Qualcuno potrebbe dire perché la canzone di Giusy è “commerciale/orecchiabile” e quella di Bowie no.
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Stronzate.
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Sono entrambe orecchiabili e canticchiabili, sono entrambe, in modo diverso, “easy”; quella di Giusy è Merda easy, quella di Bowie è Arte easy.
“I’m afraid of americans” è piacevolissima, è intelligente, acuta, ironica, ha un sound innovativo che ha fatto scuola, ha un groove che spacca i culi.
E poi, un inglese che sparla ironicamente degli americani e che si fa riarrangiare il pezzo dal gruppo americano più “influente” d’America (allora) è meraviglioso.
E il risultato non è una cosa astrusa o pretenziosa, alternativa forse, ma neanche… è semplicemente un pezzo irresistibile che dovrebbe vincere i Festival Bar e fare da sigla nelle trasmissioni televisive.
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Cioè non è detto che la musica per diventare “pop” (nel senso di popolare) debba per forza far cagare mollo.
Cioè come mi comincia sto pezzo, con l’effettino retrò anni ’80 sui vocals, poi la strofa Hip Hop con chitarrina western scordata ad arte e voce quasi rappata, come esonda poi il tutto nel ritornello irrompendo nella tempesta industrial, ‘che poi tutti quelli del Nu Metal han copiato da li’ – meraviglioso, fortissimo, popolarissimo, un gioiello pop.
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E invece i discografici e gli sponsor continuano a somministrarci la merda, 5 volte al giorno, prima durante e dopo i pasti, in ogni luogo.
Vogliono che sia la merda a diventare popolare, vogliono che la cultura popolare sia fatta di merda e permeata di merda.
Per loro il modello di Business che funziona, unico e inattaccabile, è la somministrazione della merda, la reiterazione nella somministrazione ossessiva della merda.
Eppure i soldi li potrebbero fare anche con “I’m afraid of americans” – è proprio una scelta determinata dal cattivo gusto, non è una scelta strategica di Business.

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